May 6, 2008

A Verona è successo qualcosa

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Negli ultimi mesi alcuni, poco ascoltati, hanno denunciato fino alla sfinimento quello che stava succedendo in tutto il Veneto e in particolare a Verona. Un consigliere comunale di sinistra costantemente minacciato, suo figlio picchiato in pubblico, accoltellamenti, un sindaco (il leghista Flavio Tosi) che mette un neofascista a capo della lista civica che porta il suo nome, poi lo nomina all’Istituto per la storia della Resistenza e poi sfila in piazza insieme a lui e ai suoi camerati della Fiamma Tricolore.

I segnali erano chiari, a volerli leggere, e alcuni l’hanno fatto: si voleva far capire a tutti che il Veneto, e in particolare Verona, è una terra aperta e tollerante nei confronti di ogni forma di squadrismo neofascista, che ai piedi dell’arena tutto è permesso, e che nessuno verrà punito. In tutti i casi citati, i giornali hanno parlato genericamente di “rissa” e i politici di turno hanno sottovalutato l’entità del fenomeno. La stessa cosa si è ripetuta anche questa volta: solo quando è arrivata la tragedia si è iniziato a chiamare per nome i colpevoli. Ma domenica, a tutta pagina, Repubblica parlava ancora di rissa e, genericamente di "città ferita". Non possiamo credere alla storia della città che si sveglia ferita di fronte ai suoi figli degeneri e ancor di più a Tosi che parla di “teppismo senza moventi politici”.
Ecco cosa succede, a lasciar stare, a sottovalutare, a “evitare le contrapposizioni”, cercando un’impossibile pacificazione buonista e procurando in realtà ai violenti un’impunità che non fa altro che incentivare altre violenze. Quello che ha detto la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, non aiuta certamente: accostare le contestazioni di Torino, sfociate in stupidi atti come quello della bandiera israeliana bruciata, con un omicidio che ricorda i momenti più bui degli anni settanta è gravissimo, specie se viene dal rappresentante di un ramo del Parlamento che fino a pochi anni fa definiva Mussolini uno dei più grandi statisti del 900.

Dai fatti di Verona poi si possono trarre delle considerazioni generali: se nelle città si attuano delle politiche di svuotamento delle piazze e dei luoghi di aggregazione, si finisce per legittimare quel clima di terrore che i media ogni giorno agitano. Così sembra avverarsi quell’ammonizione che Fabrizio Di Andrè usava in un altro contesto: "chi non terrorizza si ammala di terrore", alimentando un clima di insicurezza che mina la coesione sociale, crea dei nuovi ghetti e alimenta la violenza "politica".

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