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August 24, 2011

Scheda: la manovra di di Ferragosto e perché va fermata

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Le stangate vere arrivano in agosto. Lo sappiamo bene noi studenti, che il 6 agosto di 3 anni fa ci vedemmo piombare addosso la famigerata legge 133, i cui tagli massicci ai finanziamenti per scuola, università e ricerca stanno ancora massacrando, scaglione dopo scaglione, ciò che resta della didattica, del diritto allo studio e dell’innovazione in questo paese.

Con la scusa della crisi finanziaria, che stava scoppiando in quelle settimane, si dava l’avvio a una nuova fase del processo di smantellamento del sistema pubblico di formazione e ricerca. Un dispositivo che ha fatto scuola, e che ora viene riproposto e allargato all’intera società: c’è la crisi, l’Italia è sull’orlo del baratro, e quindi è assolutamente necessario fare cassa, risparmiando sul welfare, sulla cultura, sui diritti.

La cosiddetta manovra di Ferragosto, varata dal governo il 12 agosto scorso, è il tentativo estremista e irresponsabile di imporre alla società italiana una svolta autoritaria e neoliberista, approfittando del clima di emergenza prodotto dall’instabilità finanziaria globale e dagli attacchi speculativi condotto sul debito pubblico italiano nelle ultime settimane.

Vediamo a grandi linee i contenuti della manovra.

  • Dei tanto osannati tagli ai costi della politica (art.13-14) c’è in realtà ben poco: vengono cancellate alcune province (art.15) e i piccoli comuni (art.16), che in realtà costano pochissimo alle casse dello stato, mentre restano intatti i privilegi delle varie caste politiche ed economiche. In compenso, cavalcando la protesta anti-casta, si lancia una nuova ondata di tagli alla pubblica amministrazione (art.1), che saranno scaricati automaticamente sui dipendenti senza aumentare minimamente l’efficienza della burocrazia, ma anzi peggiorando le prestazioni. Tagli da macellai anche ai bilanci degli enti locali: per non aumentare le tasse e tagliare i servizi direttamente, il governo trattiene risorse agli enti locali, che saranno costretti a loro volta ad aumentare le tasse e tagliare i servizi.

  • Sul piano fiscale (art.2) non c’è traccia della necessaria opera di redistribuzione, in grado di attaccare le rendite speculative, il sommerso e l’evasione fiscale per recuperare risorse tali da garantire un potenziamento del welfare (primi fra tutti diritto allo studio e reddito di base) e un investimento sul futuro (fondi per formazione e ricerca, piani per la riconversione ecologica della produzione). Il governo introduce il contributo di solidarietà, un aumento delle tasse dirette sui redditi medio-alti, ma non colpisce le grandi ricchezze improduttivamente accumulate sotto forma di patrimonio, né i giganteschi serbatoi dell’evasione fiscale, del sommerso e dell’economia criminale. Arriva inoltre la tassazione delle rendite finanziarie, storica richiesta dei movimenti, in passato giudicata estremista e irrealizzabile anche da una parte del centrosinistra. Peccato, però, che il ricavato non sia destinato alla redistribuzione di cui sopra e agli investimenti sul futuro, bensì al raggiungimento dell’insensato obiettivo del pareggio di bilancio a tutti i costi.

  • A due mesi esatti dal referendum con cui la maggioranza assoluta dei cittadini italiani ha sancito la ripubblicizzazione dell’acqua, il governo decide di voltare le spalle alla sovranità popolare e rilanciare il tema della privatizzazione dei servizi pubblici locali (art.3-4-5). Dall’energia ai trasporti passando per i rifiuti, fino allo stesso servizio idrico, il governo punta a fare cassa svendendo gran parte dei servizi necessari alla vita quotidiana delle nostre comunità, cedendo al mercato quote sempre più ampie della nostra sovranità democratica, tenendo a bada gli speculatori promettendo loro consistenti fette della torta.

  • Tutto ciò avviene, si legge nel decreto, «in attesa della revisione dell’articolo 41 della Costituzione» (art.3), che recita, testualmente: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Dire, come sostiene il governo, che è necessario cambiarlo per poter avviare le famose «liberalizzazioni», equivale a sostenere che tali liberalizzazioni sarebbero «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». È evidente come si tratti di una battaglia puramente ideologica, per cancellare dalla Costituzione ogni riferimento al controllo democratico sull’economia e alla responsabilità sociale dell’iniziativa privata, e mettere nero su bianco il dogma neoliberista della sottomissione dell’interesse generale al profitto individuale.

  • Alla stessa battaglia simbolica va iscritta la norma prevista dal comma 24 dell’articolo 1, cioè lo spostamento alla domenica (oppure al venerdì o al lunedì) delle festività civili, cioè 25 aprile (festa della Liberazione), 1 maggio (festa dei lavoratori) e 2 giugno (festa della Repubblica). L’idea che risparmiando sui ponti si possa far crescere il PIL è palesemente ridicola, ed è evidente il tentativo da parte del governo di polarizzare l’opinione pubblica su un argomento fortemente simbolico, per potersi ascrivere la volontà di rimboccarsi le maniche e produrre di più, invece di perdere tempo con inutili ricorrenza da fannulloni. Si coglie l’occasione, inoltre, per tentare di indebolire ulteriormente ciò che resta della coscienza antifascista, di classe e costituzionale.

  • Ma è sul piano della contrattazione, e quindi dei diritti dei lavoratori, che il decreto sferra l’attacco più grave: l’articolo 8 sancisce che i contratti aziendali o territoriali possono «realizzare specifiche intese» in moltissime materie, dall’introduzione di sistemi videosorveglianza alle mansioni dei lavoratori, dai contratti a termine all’orario di lavoro, dalle modalità di assunzione alle collaborazioni precarie, dalla trasformazione dei contratti alle «conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro». Quest’ultimo punto, in particolare, significa che una singola azienda, ricattando i lavoratori con la minaccia della delocalizzazione, come avvenuto a Pomigliano e Mirafiori, può imporre l’abolizione, a livello aziendale, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ottenendo di fatto la libertà di licenziamento. Insomma: con questa norma si conclude l’attacco al contratto collettivo nazionale di lavoro, che può essere stracciato e riscritto arbitrariamente a livello territoriale o addirittura aziendale.
    È evidente che l’equilibrio di unità nazionale che aveva prodotto l’accordo tra sindacati e Confindustria del 28 giugno, su questi punti già ambiguo e contraddittorio, è saltato: all’interno del governo è prevalsa la linea del ministro Sacconi, che punta a una rottura drastica delle relazioni industriali tradizionali e all’estensione per legge del modello Marchionne, senza mediazioni.

Queste misure vengono fatte passare sotto la minaccia della crisi, del declassamento del debito pubblico, del rischio di default. Un alibi la cui infondatezza è già stata dimostrata dalla campagna Sbilanciamoci, la cui Contromanovra raggiunge gli stessi 60 miliardi previsti da Tremonti senza tagliare il sociale ma anzi investendo sul welfare e sul futuro, ricavando risorse dal taglio delle spese militari, dalla lotta all’evasione fiscale e da una riforma della tassazione in senso progressivo.

Gli stessi traguardi di riequilibrio dei conti, insomma, potrebbero essere raggiunti diversamente. È chiaro, del resto, come i veri obiettivi di questa manovra siano altri: il governo, sotto stretta sorveglianza del Presidente della Repubblica e della Banca Centrale Europea, cerca in tutti i modi di dimostrare che l’Italia è pronta a sbattere i tacchi e a rientrare nei ranghi dell’ortodossa disciplina neoliberista e monetarista. La crisi, una volta di più, si dimostra nient’altro che un dispositivo di disciplinamento, un pretesto per smantellare ciò che resta del modello sociale europeo e riscrivere la costituzione materiale continentale in senso autoritario.

La manovra va contrastata quindi non solo con la lotta contro le singole misure regressive in essa contenute, ma anche e soprattutto con un’ampia battaglia per la riconquista della sovranità popolare. Le scelte di politica economica influiscono direttamente sulla nostra esistenza, e non possiamo accettare che ci vengano imposte dalle élite finanziarie transnazionali o da organismi privi di qualsiasi legittimazione democratica come la Bce. Del resto la soluzione alla crisi che ci viene proposta non è altro che la riproposizione delle stesse ricette che hanno portato alla situazione attuale: privatizzazione dei servizi, smantellamento del welfare, precarizzazione del lavoro, smantellamento dei sistemi pubblici di formazione e ricerca, cessione di sovranità ai mercati.

È ora di invertire la tendenza. La nostra battaglia contro la manovra finanziaria dev’essere parte di una grande mobilitazione europea contro le politiche di austerity, per rivendicare il controllo democratico sull’economia, una partecipazione reale dei cittadini ai processi decisionali e un nuovo modello di sviluppo, basato sulla giustizia sociale e sulla sostenibilità ambientale.

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